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Il ruolo chiave dei trattamenti che rendono gli alimenti proteici meno degradabili a livello ruminale ma digeribili nel tratto intestinale.

Da un convegno della fiera di Cremona.

Nella produzione di latte è costante l’innalzamento degli standard qualitativi, così come è crescente la selettività del mercato lattiero caseario. Per questo l’attenzione di alimentaristi e nutrizionisti è sempre più rivolta alla formulazione di prodotti in grado di incrementare le performance latte delle bovine e di aumentare il grado di benessere degli animali. In primo piano, all’interno di questa discussione, è il tema dell’alimentazione proteica dei ruminanti, con riferimento ai trattamenti che rendono gli alimenti proteici meno degradabili a livello ruminale ma digeribili nel tratto intestinale. Se n’è occupato il convegno “Fonti alimentari proteiche bypass nell’alimentazione del bovino da latte: vantaggi, trattamenti e applicazioni aziendali”, tenutosi all’ultima edizione della Fiera di Cremona. Qui Mattia Fustini, responsabile dell’Azienda agraria dell’Università di Bologna, ha ricordato come la proteina di origine microbica, ossia quella prodotta dai batteri ruminali, copre il 50-60% dei fabbisogni in proteina dell’animale, è la fonte proteica più economica e possiede un ottimo profilo aminoacidico. Questa proteina va a far parte di un pool di proteine postruminali insieme alle proteine bypass fornite dalla dieta e ad una certa quota di proteine endogene, prodotte dal turnover cellulare.
L’azoto è l’elemento base delle proteine, ed è sotto stretta osservazione nei piani di spandimento dei liquami e come fonte di emissione di ammoniaca.
Il valore in proteina grezza che troviamo solitamente sui cartellini e nelle analisi di laboratorio misura la quantità di azoto, ma non ci fornisce indicazioni su quanto sia l’azoto aminoacidico, quanto sia quello non proteico, né in che misura queste proteine siano degradabili a livello ruminale piuttosto che intestinale.

SINCRONIZZARE
La proteina totale o grezza è stata esplosa, nel cosiddetto Sistema Cornell, in frazioni specifiche, in base alla velocità di degradazione: dall’azoto non proteico o NPN, la porzione più fermentescibile, alla proteina solubile, a quella insolubile o legata.
I moderni sistemi di razionamento calcolano i fabbisogni dell’animale in termini di RDP o proteina degradabile a livello ruminale, ed RUP o proteina non degradabile a livello ruminale, che rappresenta la quota di proteina che non viene fornita dalla proteina microbica.
Inoltre, in questi programmi di razionamento come il Cncps, al fine di stimare le proteine effettivamente utilizzate dalla vacca, è stato introdotto il concetto di proteina metabolizzabile, ossia la quota di proteina che passa il rumine, viene digerita ed assorbita nell’intestino sotto forma di aminoacidi. Fustini poi ha sottolineato l’importanza della questione della sincronizzazione delle fermentazioni di proteine e carboidrati a livello ruminale. Al fine di ottimizzare la resa della razione in termini di proteina microbica, è fondamentale che nel rumine arrivino contemporaneamente proteine e zuccheri con lo stesso grado di fermentescibilità, di modo che le reazioni procedano di pari passo ed i batteri ruminali abbiano sempre a disposizione sia i prodotti della degradazione proteica, sia di quella glucidica: la mancanza infatti di uno dei due porta al blocco della sintesi di proteina microbica, con i batteri del rumine che vanno ad aumentare di volume e non di numero, creando dismetabolismi più o meno importanti.
Le proteine degradabili, quindi, sono importanti per una migliore efficienza delle fermentazioni ruminali, intese sia come sintesi di proteina microbica, sia come utilizzo dei carboidrati, sia come aumento della digeribilità della fibra, determinando una maggiore disponibilità di energia ed un più alto profilo aminoacidico della proteina disponibile. Fonte: agriok.it